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Visita a TU/e

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Le pale di benvenuto

L’impatto con i Paesi Bassi è stato stranamente poetico. Una distesa di pale eoliche che emergevano dal mare, girando pigre le loro eliche, quasi stanche di dover subire le onde sommesse del mare nordico. Poco prima di atterrare, ho constatato per l’ennesima volta come, visti dall’alto, tanti posti si somiglino. I terreni segnati da solchi regolari che li dividono in tanti piccoli rettangolini di colori leggermente diversi, gli stabilimenti industriali, i piccoli centri urbani. Nonostante non sia esattamente uno scenario nuovo, mi ha colpito la pulizia, l’ordine e la quantità d’acqua, spesso sotto forma di fiumiciattoli, che si intravedeva quasi dovunque.
Sono rimasto piuttosto sorpreso anche dall’aeroporto; estremamente lindo, pieno di persone eppure piuttosto silenzioso. Persino gli annunci, generalmente caratterizzati da un audio quasi sgranato e una parlata molto veloce, erano estremamente pacati e quasi rassicuranti.
D’altra parte, vedere lo stesso meal deal a WHS con il costo di €9.99 invece che £5.99 mi ha ricordato di non essere in un luogo famoso per essere economico.
Un’altra differenza piuttosto evidente rispetto a ciò a cui sono abituato è stato trovare il controllo dei passaporti come ultimissimo step prima di lasciare l’aeroporto, invece che come prima cosa da fare appena sbarcati. Immagino sia motivato dalla natura di scalo internazionale di cui l’aeroporto gode.
L’unica pecca è stato il dover trovare il terminale per prendere il bus che mi avrebbe portato ad Eindhoven. Sono riuscito a recarmi al posto giusto solo dopo aver chiesto indicazioni ad almeno quattro persone diverse. Il viaggio è stato piuttosto breve, paragonabile ad una Messina-Catania, ma con un paesaggio decisamente più piatto e con molte più pale eoliche.
Arrivato a Eindhoven, mi sono perso un po’ prima di riuscire finalmente a raggiungere la mia accommodation solo per sentirmi dire che il check-in sarebbe stato possibile solo nel pomeriggio. Quindi, privo di alternative, ho deciso di andare direttamente al TU/e.

Amsterdam, toccata e fuga

Sono passate fin troppe settimane dall’ultimo fine settimana trascorso godendomi del completo (e forse meritato) assoluto riposo. Tuttavia, trovarmi in un posto così favorevole all’esplorazione europea che mi sono più volte ripromesso di fare mi ha quasi obbligato a sfruttare l’occasione. Il primo sabato ho deciso di andare ad Amsterdam, città che non avevo mai visitato e che mi incuriosiva parecchio. Dopo un viaggio in bus di meno di due ore, sono arrivato alla stazione di Sloterdijk, purtroppo un po’ fuori dal centro.
Piuttosto che prendere i mezzi, ho preferito dirigermi a piedi verso la zona centrale, passando quindi per il Tuinpark Sloterdijkermeer. Il primo impatto con la capitale mi ha lasciato subito piuttosto interdetto. L’area verde è piuttosto grande, con tanto di piccoli viali e casine prefabbricate che la rendono più simile ad un piccolo villaggio che ad un parco cittadino. Tuttavia ho percepito anche uno strano senso di abbandono e trascuratezza. Tutte le zone che erano segnalate sulla mappa sembravano essere state chiuse da tempo.
Dopo aver percorso un bel po’ di strada ed essere entrato in un grazioso mercatino dell’usato, ho finalmente raggiunto la mia prima tappa: la casa di Anna Frank. Non avendo prenotato il biglietto, mi sono limitato a fare un giro attorno alla casa, sorpreso dalla natura piuttosto anonima dell’edificio. Non fosse stato per la targa e il gran numero di persone di fronte all’ingresso, non avrei mai pensato che si trattasse di un luogo storico.
Dopo una brevissima sosta nella Magna Plaza, che mi è sembrata parecchio un Eldon Square che non ci ha creduto abbastanza, ho raggiunto la piazza sulla quale si affaccia il palazzo reale, adibito a mostra. So bene di attirare l’ira di tutti gli amanti dell’arte, ma non avendo io un particolare interesse nella materia, ho preferito non entrare. Piuttosto mi sono diretto verso il Body Worlds, una mostra di anatomia umana che ha attirato subito la mia attenzione e che non mi ha deluso.

Dopo una pausa pranzo, ho deciso di dedicare il resto del pomeriggio a girare per il centro città.
Particolarmente curioso, mi sono diretto anche verso il celeberrimo quartiere a luci rosse, De Wallen. Nel mio immaginario non informato, vedevo già vicoli bui e celati dagli sguardi indiscreti dei passanti, sottendendo quel velo di ambiguità derivante dal perbenismo a cui sono abituato. Al contrario, quello che ho trovato è stata una presentazione diretta, quasi sfrontata, del tipo di attività che si svolge in quella zona. Mi ha colpito particolarmente come il tutto convivesse con i più tradizionali negozi e ristoranti circostanti, talvolta adiacenti, quasi a volerne sottolineare la normalità. Lo stesso dicasi per le persone che ho visto passare per quei vicoli. Paradossalmente, a sentirmi a disagio sono stato io. Mi ritengo un fervente sostenitore della libertà personale, a discapito di qualsivoglia convenzione sociale che la mini. Fintanto che le persone coinvolte sono adulte, consenzienti e il tutto avviene in maniera trasparente e senza danneggiare nessuno, tutto è lecito.
Tuttavia, trovandomi faccia a faccia una situazione che in passato avevo solo immaginato, mi sono sentito pervadere da uno strano sentimento di tristezza ed ingiustizia. Non so se è a causa del libro di Rachel Moran che ho letto in passato, l’educazione che ho ricevuto o profonde discussioni che non ho mai metabolizzato a dovere, ma il vedere con i miei occhi delle ragazze in intimo in vetrina, simili a manichini umani in quanto merce da vendere, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Anche ammettendo che il sistema sia completamente sano, argomento che necessiterebbe una parentesi enorme che non credo sia il momento di approfondire, e che quindi tutte loro siano lì di loro volontà a fare un lavoro come un altro, c’è comunque qualcosa che non riesco a mettere a fuoco che non mi fa sentire a mio agio. Immagino che si potrebbe argomentare che, per fare una carriera qualsiasi bisogna comunque mettersi in mostra su una vetrina che non è fisica ma bensì virtuale. Siamo più propensi ad accettarlo quando si tratta di qualità intellettuali, ma non saprei dire quanto sia così diverso nella pratica.
Tuttavia, nel contesto a cui siamo abituati, il subire soprusi dal proprio datore di lavoro non lascia (generalmente) le stesse cicatrici che potrebbe lasciare uno scenario simile applicato alla prostituzione.
C’è un’ultima considerazione, a me particolarmente cara, che mi sento di fare. Sebbene è facile vedere come sia il cliente ad avere il coltello dalla parte del manico, il doverlo ammaliare per poter lavorare si può tradurre molto facilmente nella creazione di una dinamica malsana fra entrambe le parti in gioco, che si potrebbe tradurre facilmente nel dargli l’impressione essere desiderato, speciale ed importante. Anche in questo caso, nulla di nuovo. In qualsiasi altro ambito si cerca di convincere l’interlocutore del proprio valore, convincendolo di rappresentare la scelta giusta e superiore a tutte le altre. Ma dal momento che qui entra in ballo una sfera emotiva molto intima, temo che le ripercussioni possano essere più severe e dannose.
Mi piacerebbe aver scambiato quattro chiacchiere con qualcuno che quel mondo lo vive davvero, giusto per conoscere la sua opinione, ma non ho avuto il coraggio di farlo, il che sublima anche il mio giudizio ad un momento in cui mi sentirò più sicuro di quest’ultimo.

Dopo questa parentesi, mi sono diretto verso la zona dei musei, rigorosamente a piedi e facendo a zig-zag fra gli innumerevoli canali che circondano la città. Mi sono trovato più di una volta nel bel mezzo ad una mandria di persone che si spostava placidamente con, in bella mostra, i loro cartelli in segno di protesta. Anche se non conosco la lingua, a giudicare da qualche parola, dalle bandiere e dai cori credo di essermi imbattuto in ben tre diverse manifestazioni: una contro il fascismo, una contro Erdoğan, o più precisamente contro l’imprigionamento del suo avversario politico, e una contro gli sforzi militari in Palestina da parte di Israele. Vedere questo genere di partecipazione mi riesce ad emozionare ogni volta, anche se il lato più pragmatico e cinico di me si chiede quale mai possa essere l’effetto, soprattutto quando vengono svolte in un luogo così lontano da quelli interessati.
Giunto al mio obiettivo, visto l’orario di chiusura, speravo di visitare almeno il museo di Van Gogh, scoprendo però, con non poco rammarico, che avrei dovuto prenotare prima. Quindi mi sono accontentato di fare un giro nel giardino artistico del museo Moco, scoprendo persino una scultura del buon Federico Clapis. Con ancora diverse ore a disposizione, ho quindi fatto un breve giretto per il Vondelpark. Almeno in questo caso il parco di per sè non era niente male, ma ancora una volta sono rimasto un po’ deluso dalla zona che sarebbe dovuta essere adibita ad un giardino di rose e che invece conteneva per lo più aiuole esagonali con fiori quasi secchi. Mi sa che con i parchi non ho proprio avuto fortuna.
Esausto dopo ore di camminata, mi sono diretto nuovamente alla stazione dove avrei trovato il bus per tornare ad Eindhoven.

Concludendo la mia atipica visita, la prima impressione di Amsterdam è stata un po’ deludente (questo include anche il panino all’aringa, troppo spinoso per i miei gusti). Mi è sembrata una venezia molto più grande, forse con addirittura più italiani, ma paradossalmente con meno identità, soprattutto se paragonata ad altre città “simili” come Stoccolma. Persino Eindhoven mi sembra un posto più accogliente dove vivere. Tuttavia ammetto che è davvero presto per dare un vero giudizio, e sicuramente non sono la persona adatta ad apprezzare tutta l’arte che ha da offrire. Se avrò il tempo mi piacerebbe tornarci a breve e approfittarne per visitare i fiorai che in questo periodo dovrebbero riempirsi dei celeberrimi tulipani.

Anversa e Bruxelles con tour guidato

Ripresomi dal primo weekend di esplorazione, è stata la volta del secondo. Messomi d’accordo con una amica di lunghissima data, nonché compagna di scuola, ci siamo dati appuntamento ad Anversa. Essendo arrivato in anticipo, ho iniziato a fare il mio tipico giretto disorganizzato per le vie della città, avendo come vago obiettivo la stazione centrale dove ci saremmo dovuti incontrare. Stazione davvero impressionante, che si sviluppa in altezza su quattro piani e con uno stile architettonico splendido. La primissima cosa che mi ha colpito è stata l’incredibile somiglianza a quanto avessi già visto in Olanda. Lingua, architettura, negozi, tutto mi sembrava familiare, anche se con qualche piccola variante. Sono stato presto istruito sul motivo: le Fiandre, la regione del Belgio in cui si trova Anversa, sono una regione estremamente affine culturalmente ai Paesi Bassi, e la lingua parlata è il fiammingo, una variante del neerlandese.

Il centro della città è piuttosto piccolo, ma ricco di negozi e ristoranti, nonché un paio di chiese che abbiamo visto e rivisto da diverse angolazioni nel nostro girovagare senza una meta precisa. In questo caso, nulla di troppo particolare da segnalare, al di fuori di qualche scorcio particolarmente pittoresco, una statua graziosa che utilizza la pavimentazione soprastante come copertina, un molo sul canale che si riversa a mare dalla bellezza discutibile ed un tour utilissimo e appassionato di un supermercato della catena Albert Heijn.

Al termine della nostra breve visita, ci siamo diretti verso Bruxelles. Prima ancora di arrivare a casa, mi è stata presentato il Cinquantenaire, un parco realizzato per il cinquantesimo anniversario della rivoluzione belga. Un parco piuttosto grande, sovrastato da un arco di trionfo che ricorda molto quello di Parigi e sotto il quale passa un tunnel attraversato dalle auto che regala una vista che mi ha ricordato in grande quelle si può osservare dal parco Gioeni a Catania. Il parco è anche circondato da musei, di cui uno dedicato all’arte e uno alla storia militare. Dopo aver avuto un piccolo assaggio della vita notturna caratteristica della città, la stanchezza ha avuto la meglio e ci siamo ritirati.

Domenica non abbiamo perso tempo. Nonostante il cambio di orario sconveniente, senza perdere troppo tempo siamo partiti alla volta del quartiere europeo, sede delle istituzioni europee, fra cui la Commissione e il Parlamento. Essere in mezzo agli edifici pieni di vetrate, moderni ed imponenti che avevo solo visto in foto, stilizzati o nei reportage in televisione mi ha regalato un senso di appartenenza e di orgoglio. Una sensazione che troppo facilmente viene a mancare, probabilmente anche a causa dalla distanza fra gli ideali che hanno costruito l’unione e la vita di tutti i giorni, con le sue preoccupazioni molto più terrene, oltre alla distanza puramente fisica che ci separa dai luoghi in questione.
Nel nostro percorso c’è stato anche spazio per passare davanti al palazzo reale e attraversare il parco reale, che a sua volta si divide in tre trade che rappresentano la divisione dei poteri dello stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Dopo una necessaria pausa brunch, la nostra comitiva ha incluso anche altri colleghi di lavoro e, guidato tutti loro, ci siamo diretti verso il centro città. Fra le prime tappe c’è stata la cattedrale di San Michele e Santa Gudula, una enorme chiesa in stile gotico.
A seguire, abbiamo visitato le gallerie reali, un passaggio pedonale coperto che collega la cattedrale alla zona commerciale della città pieno di negozi di cioccolato colorati ed estremamente eleganti. Il tutto mi ha ricordato tantissimo il film Wonka che ho visto al cinema non troppo tempo fa.
Poi è stato il turno della Grand Place, che pur non essendo poi così grande, è circondata da edifici storici dalle facciate a dir poco meravigliose, con i loro dettagli dorati e le statue che la sovrastano. Persino le asimmetrie di uno di questi non fanno altro che renderlo ancora più unico invece che intaccarne la bellezza.
Non poteva mancare una visita al Manneken Pis, la statua di un bambino che fa pipì diventato il simbolo della città. A quanto pare quella esposta nella piazzetta è una replica, dato che l’originale veniva spesso rubato ed è quindi stato posto in un museo. Non è l’unica statuetta di questo tipo, dato che ne esiste anche una versione femminile che si chiama Jeanneke Pis, che si trova fine della Delirium zone, una stradina piena di pub famosi per l’enorme varietà di birre che offrono.
Nella stessa strada, guardando in alto, è possibile individuare una piccola statuina. A quanto pare ce ne sono otto sparse per tutto Bruxelles.
Siamo riusciti a vedere anche la BourseBeurse, la storica borsa di Bruxelles, oggi ridotta ad uno splendido edificio che ospita eventi, workspaces e la beer experience.
Nelle vicinanze c’è anche la chiesa di San Nicola, piuttosto piccolina, ma con un presepe dallo stile unico.
Prima di concludere il nostro lungo giro, siamo saliti nella piazza antistante il palazzo di giustizia, che offre una vista panoramica niente male della città.

Ci sarebbero tanti altri posti e aneddoti che mi sono stati mostrati e raccontati, fra cui un orologio simile a quello di Messina, ma per qualche motivo meno animato, ed una esposizione giapponese, ma preferisco non dilungarmi ulteriormente. Sicuramente è stata un’esperienza che mi ha fatto apprezzare la città molto più di quanto sia accaduto con Amsterdam. Forse è stato il fatto che sono stato accompagnato da qualcuno che conosceva bene la città e con il quale ho potuto condividere le mie impressione e ricevere chicche e informazioni che altrimenti non avrei mai saputo, salvo informandomi per bene prima di partire, che non è esattamente il mio forte, per non parlare dei ragazzi, sempre amichevoli e alla mano, che ci hanno accompagnato ad intermittenza durante il mio breve soggiorno.
Ma oltre il lato squisitamente umano, ho avuto l’impressione che la città stessa avesse più identità. Un polo artistico e politico con una storia degna di essere sfoggiata e raccontata.

Attività

Impressioni generali

Eindhoven

Brusselles

Cose da vedere

Eindhoven

Amsterdam

Bruxelles

Diario di viaggio