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Il problema non sono le persone

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Ci vuole una propaganda ben fatta ed una certa forza per trasformare potenziali fratelli in acerrimi nemici

L’Europa è spesso accusata di essere completamente smidollata. Non ci sia molto da dibattere sul fatto che, la radice di questo fenomeno sia da attribuirsi al nostro passato coloniale. Siamo ben consci del danno che abbiamo causato, dello sfruttamento, si in termini di terra, che di risorse che di persone, di cui abbiamo approfittato a nostro vantaggio. La nostra coscienza collettiva è stata acutamente accorta di ciò, e la conseguente vergogna ha comportato un movimento, sedicente virtuoso, che spinge fortemente nella direzione opposta, con un approccio ingenuamente idealista, persino puerile, per cui dopo ogni malfatta, non solo fa fatta ammenda, ma bisogna ripagare il danno fatto nella stessa maniera, immediatamente e senza un minimo di riflessione. Compenso che si è spesso tradotto in interminabili sermoni sull’importanza della pace, della tolleranza, dell’inclusione, della non ingerenza. Belle parole che evaporano nel momento in cui si guarda la realtà di ciò che ci circonda. Farsi guidare puramente dagli ideali, per quanto possano essere nobili quando visti alla giusta distanza, non è diverso dal farsi guidare da qualsiasi altro estremismo: si diventa ciechi ed incapace di ragionare, automi messi su dei binari prestabiliti che non sono in grado di deviare dal loro percorso, anche quando il buon senso legato al contesto imporrebbe il contrario.

Scendiamo dalla nostra torre d’avorio, chiediamo a chi, i problemi a cui che noi professiamo di avere la soluzione pronta, li vive sulla loro pelle. Il mondo è lungi dall’essere bianco e nero, ed anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Se il più spietato degli assassini, mentre si prepara per la prossima strage, salva qualcuno che stava per annegare, continua ad essere un essere deplorevole, ma la sua azione è encomiabile e chi è stato soccorso ha tutto il diritto di essergli grato. Perché non abbiamo la capacità di riconoscere che le persone sono più complesse di una macchietta di colore? Perché, se mi vedo piuttosto allineato ad un partito, un’ideologia o un governo, devo immediatamente diventare completamente cieco a tutte le sue contraddizione e smagliature, pena il venire immediatamente tacciato di essere un traditore o un finto amico? Si possono approvare certe politiche e al contempo non essere d’accordo con altre. E, a dire la verità, spesso capita di sentire critiche da parte di fazioni interne alla realtà in cui ci si è invischiati, ma non appena provengono da fuori, ecco che all’improvviso le stesse critiche diventano inaccettabili, un attacco personale estremamente offensivo. Basta pensarci anche solo un istante per rendersi conto di quanto sia folle. Perché non dovrei accettare l’opinione di qualcuno che, almeno su quella specifica questione, la pensa a modo mio, ed unire la mia voce alla sua solo perché in altri contesti la pensiamo diversamente? Al contrario, non andrebbe a favore di entrambi coalizzarci e mettere così pressione affinché il mio gruppo si allinei sui temi che ho a cuore? Ovviamente, in democrazia, il compromesso è la parola d’ordine, ma ciò non significa che bisogna accettare qualsiasi cosa con i prosciutti sugli occhi. Le differenze di opinione sono il modo migliore per evolversi ed adattarsi in un mondo che cambia velocemente e, storicamente, non perdona chi si fossilizza su posizioni legate ad un passato che non esiste più.

Quando sento castronerie del tipo “bisogna rispettare tutti indiscriminatamente”, comprendo subito di avere a che fare con qualcuno che, almeno in quel momento, si è completamente bevuto il cervello. Che diavolo significa “rispettare tutti indiscriminatamente”? Non tutto è uguale a tutto, come dice il buon Shy, e lottare per la propria sopravvivenza è sempre quantomeno comprensibile, anche quando le conseguenze non sono esattamente positive per gli altri. Allora perché ci ostiniamo ad ignorare la nostra, anche quando messi di fronte l’evidenza che ci sono gruppi che, dei nostri ideali, se ne infischiano altamente? Perché dobbiamo sempre e comunque porgere l’altra guancia con una superficialità che spesso viene difesa da un velo di nobile tolleranza, quando non è altro che la manifestazione plastica e ipocrita della tendenza a fare di tutta l’erba un fascio? Era un concetto che avevamo imparato a nostre spese, condannando aprioristicamente ideologie oggettivamente pericolose per il quieto vivere, come il nazismo, i fascismo ed estremismi simili, ma che sembra abbiamo dimenticato con il tempo, permettendo a queste di rientrare dalla finestra e ostinandoci a non riconoscere simili pericoli laddove alcuni dei loro proponenti appartengono a gruppi verso i quali ci sentiamo storicamente in debito.

  • Non è vero che tutti i musulmani sono pericolosi.
  • Non è vero che tutti gli arabi sono persone per bene.
  • Non è vero che, gli immigrati non sono in grado di integrarsi.
  • Non è vero che, con le giuste attenzioni, tutti gli immigrati possono essere integrati.
  • Non è vero che tutti apprezzano la pace.

Dopo aver messo nero su biamo alcune ovvietà, però bisogna sottolineare che è facilissimo parlare in assoluti. È banale dire “non tutti sono così”, ma diventa vitale capire se il campione preso in esame rappresenta una parte significante del tutto e se le nostre azioni possono avere un impatto concreto su di esso. Per esempio, è vero che c’è gente pericolosa che rappresenta un pericolo per la società ed è impossibile integrare tutti, ma non è forse vero che, dando loro un’opportunità e del supporto, la maggior parte delle persone sarebbe ben felice di sentirsi parte di una comunità e di poter vivere serenamente, senza dover ricorrere a comportamenti devianti per sopravvivere? Anche queste sono ovvietà buttate al vento. L’odio che proviamo verso uno stato è frutto della percezione che abbiamo di esso, nata da anni di indottrinamento mediatico, e non è detto che sia sempre giustificata. Nella mia vita, si possono contare davvero sulla punta delle mani le volte che ho avuto a che fare con persone anche solo sgradevoli. La quasi totalità della gente che incontro si dimostra presto tollerabile al peggio, ma molto più spesso, amichevole e piacevole da frequentare.

Prima di iniziare questa incredibile esperienza di dottorato, tra le tante luci ed ombre che l’hanno caratterizzata e continueranno a caratterizzarla, avevo avuto pochissime interazioni con persone che non fossero Siciliane, o anche solo Italiane. Il mio venire in Inghilterra, a Newcastle, sicuramente un luogo più appetibile dal punto di vista della multiculturalità rispetto a Catania, aveva proprio come obiettivo quello di colmare questa mia lacuna. Prima di incontrarli dal vivo, l’idea che avevo degli Iraniani era molto più stereotipata, legata solo a qualche povera rappresentazione cinematografica o all’immagine dell’imam che parla alle folle di fedeli. Tutti i miei preconcetti sono stati frantumati con una rapidità sorprendente: sono bastate una manciata di chiacchierate per realizzare di avere a che fare con alcune delle persone più intelligenti, gentili e generose che abbia mai incontrato. Se escludo, per forza di cose, familiari e amici che conosco da una vita, sono fra i primi che mi verrebbero in mente a cui affiderei la mia stessa vita, perché sono certo di poter riporre in loro una fiducia cieca. Questi dovrebbero essere i terroristi di cui abbiamo paura, i pericolo immigrati di cui sbarazzarci, il popolo arretrato fermo a cento anni fa? Insulse stupidaggini che riempiono la testa vuota di chi non sa di cosa parla, e per evitare di fare l’innocente figura da ignorate, quale è, preferisce dar voce alle opinioni di chi sa benissimo come approfittarsi delle persone come lui. Se si continua a parlare, infatti, non si ha mai tempo di ascoltare e quindi imparare, risolvendo così alla radice il problema della propria ignoranza.

Quando ho visto metà del mio ufficio essere radiante per la morte del leader supremo dell’Iran, Khomeini, non ho potuto fare a meno di domandarmi se, in effetti, siamo noi nel torto. E non si tratta di una celebrazione ingenua, c’è sincera preoccupazione per un futuro incerto, un vuoto di potere dagli effetti imprevedibili, le vittime martirizzate che sicuramente pagheranno con la vita questo intervento statunitense ed iraniano, e la consapevolezza che, qual ora dovessero trarne un qualche beneficio, questo sarebbe comunque un effetto collaterale di un obiettivo militare che non ha necessariamente i loro interessi a cuore. E, nonostante tutto ciò, festeggiano.

Cosa vuol dire arrivare ad esultare consci che la propria terra, che si continua ad amare e desiderare con nostalgia, sta venendo attaccata, possibilmente rasa al suolo da una forza straniera, con le proprie famiglie ancora intrappolate in un Paese teatro di guerra? Significa che l’alternativa sia percepita come peggiore, e con delle evidenze matematiche. In 4 giorni di bombardamenti, sembrano esserci stati circa 500 morti, fra militari e civili. Una cifra sicuramente considerevole, ma che impallidisce quando messa a confronto con le 40.000 esecuzioni che il governo iraniano ha compiuto nell’arco di 2 giorni contro gli stessi cittadini che avrebbe il dovere di proteggere e tutelare con l’obiettivo di placare le rivolte nei confronti di chi è al potere con la violenza e la paura, piuttosto che affrontare i motivi alla base del malcontento, dimostrando così di essere a tutti gli effetti un cancro che divora il proprio popolo e che, mimando la malattia, lo priva del futuro che altrimenti gli sarebbe appartenuto.

Cosa vuol dire vergognarsi del proprio passaporto, simbolo internazionalmente riconosciuto di appartenenza al Paese che si ama, ogni volta che si è costretti ad usarlo, consci di come un piccolo pezzo di carta rettangolare su cui non si ha alcun controllo renda la propria vita estremamente più difficile? Significa che il disservizio che si è subito ha delle conseguenza concrete sulla propria vita che si estendono ben oltre i confini fisici della propria nazione. Come un’ombra proiettata da chissà dove, un ineluttabile timore aleggia costantemente nella propria mente, impedendo di vivere serenamente anche quando si avrebbe tutto il diritto di farlo, per la paura che, uno sgarro, un piccolo errore o un cambio politico imprevisto mettano fine al diritto di vivere nella nuova casa che ci si è costruiti con tanta fatica. Un tipo di stress a cui, come Europei, siamo piacevolmente ignari.

Cosa vuol dire elogiare degli esseri insulsi come Trump o Netanyahu, le loro azioni spregiudicate, le loro politiche criminali, egoiste ed avare, solo perché sono gli unici che, a prescindere dalle loro effettive intenzioni, stanno dimostrando di avere i mezzi per mettere in seria difficoltà la dittatura che da 47 anni strozza il i sui cittadini? Significa che, nell’indifferenza timorosa del mondo intero, si è ben consapevoli che questo mondo è ancora governato dalla forza, che ci piaccia o meno. Solo chi ce l’ha può cambiare il corso degli eventi, e in questo momento, chi la detiene sono ancora gli Stati filo-occidentali, ed in particolare gli Stati Uniti. Non ci piove che quello che Israele abbia fatto (e in parte continua a fare) in Palestina sia criminale, e probabilmente mosso anche da un interesse personalissimo, ed estremamente egoista del primo ministro in carica, Netanyahu, per non parlare della storia di ingerenze Statunitensi. Ma questo non rende qualsiasi cosa faccia quel Paese automaticamente un sbagliata, o anche se lo è, non vuol dire che le conseguenza, volute o meno, siano sempre negative. In una realtà in cui morire nel tentativo di manifestare la propria libertà, per mano di propri connazionali, è la normalità, il rischio concreto di morire fra le bombe di un intervento militare straniero è percepito come un martirio necessario per un bene comune superiore.

Ragionamenti che sembrano folli a chi non ha mai dovuto davvero prenderli in considerazione.