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Outer wilds

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Devo premettere con un avvertimento a chiunque non abbia giocato ad Outer Wilds: non vi azzardate a leggere questa recensione. Personalmente, ogni volta che sto per avventurarmi in un titolo, preferisco farlo con quante meno nozioni possibili, preferibilmente nessuna, per lasciare che sia il puro game design a guidarmi, senza preconcetti o aspettative. Tuttavia, nel caso di questo titolo, questo approccio è a dir poco fondamentale: qualsiasi informazione aggiuntiva rischia di sminuire una parte dell’esperienza. In altre parole, se non avete ancora avuto il piacere di fare quest’esperienza, fatevi un favore e andate subito a giocarlo, senza leggere nulla di più. Vi basti sapere che lo consiglio caldamente e che si è fermamente posizionato fra i miei titoli preferiti di sempre. Siete stati avvisati.

Conoscendo poco o nulla del gioco, se non la sua fama di titolo incredibile ed estremamente apprezzato da chiunque ci abbia giocato, avevo involontariamente sviluppato delle aspettative altissime nei suoi confronti, al punto che temevo sarebbero necessariamente state disattese, lasciandomi insoddisfatto. Inoltre, per qualche motivo, mi aspettavo un titolo molto “meta”, simile ad Undertale, Deltarune o Inscryption, un titolo che, tramite la fusione fra narrazione e gameplay, costringe il giocatore a riflettere profondamente su sé stesso.
Non avrei potuto sbagliarmi di più. La prima impressione che Outer Wilds mi ha dato è stata quella di un titolo indie senza pretese, uno di quei giochini da game jam con gli asset riciclati che hanno quasi sempre un sottotesto horror. Se non fosse per la fama enorme che lo precede, e quindi le aspettative altrettanto fuori scala che nutrivo nei suoi confronti, non gli avrei dato nemmeno una possibilità. Gli Hearthians mi hanno subito ispirato simpatia: una specie semplice, bonacciona, forse un po’ ingenua, ma estremamente ingegnosa e curiosa. Mi hanno ricordato un po’ lo stereotipo del contadino americano sempre pronto a dare una mano ed inventarsi qualche strano marchingegno per risolvere un problema. In base a tutte le storie di esplosioni ed incendi dovuti a lanci spaziali non andati proprio a buon fine, devono essere anche piuttosto resilienti. Ho notato presto che qualcosa non andava: ad ogni morte (che non hanno tardato ad avvenire), è come se il gioco si resettasse diegeticamente. Prima ancora di entrare nel vivo dell’avventura, ho tirato un sospiro di sollievo quando ho scoperto che l’unica conoscenza pregressa che avevo, ovvero l’esistenza dei Nomai, fosse parte dell’incipit: si viene messi al corrente sin dall’inizio dell’esistenza di questo popolo estinto da tempo, che sembra sparito nel nulla e del quale rimangono solo reperti archeologici. Viene inoltre menzionato spesso il fatto che fossero alla ricerca di qualcosa chiamato l‘“Occhio dell’universo” e che possedessero una tecnologia estremamente avanzata, tecnologia che gli Hearthians hanno studiato e ricostruito, permettendo loro di avanzare tecnologicamente molto più rapidamente di quanto avrebbero potuto fare da soli. Insomma, non sapevo davvero nulla di rilevante del gioco.

Quando ho finalmente spiccato il volo per la prima volta, ho potuto toccare con mano il gameplay loop principale del titolo: il viaggio spaziale e l’esplorazione. Inizialmente mi è sembrato tutto un po’ soverchiante, ma prendendoci la mano, ho iniziato ad apprezzare sempre di più il senso genuino di avventura e scoperta dell’ignoto, immergendomi completamente nell’universo che mi veniva presentato. Ogni pianeta che popola il sistema solare è particolare e unico: è compito nostro comprendere, con un po’ di sano spirito di osservazione ed intuizione, le leggi che lo governano, quali sono i pericoli a cui prestare attenzione, e cosa valga la pena esplorare minuziosamente, alla ricerca delle briciole lasciate dai Nomai al loro passaggio. L’immersione è stata tale che sono sobbalzato più volte, sorpreso da un’esplosione imprevista o da un predatore che mi ha trasformato nel suo boccone dopo avermi teso un’imboscata. Allo spirito del buon esploratore si deve aggiungere anche quello del buon archeologo: scoprire le usanze dei Nomai, i loro obiettivi e comprendere la loro tecnologia sono attività fondamentali per proseguire nel nostro obiettivo. È importantissimo osservare attentamente tutto ciò che ci circonda e, ben presto, un disegno più grande inizierà a delinearsi, permettendoci di ricostruire la storia dei Nomai, le loro imprese e il loro destino. Fortunatamente non è necessario essere dei geni o appuntarsi ogni dettaglio, poiché le informazioni scoperte vengono salvate automaticamente e messe a disposizione del giocatore tramite un diario di bordo che connetterà per noi i fatti rilevanti. Nonostante ciò, consiglierei di non fare lunghe pause fra una sessione di gioco e l’altra, poiché c’è il rischio di dimenticare qualche dettaglio particolarmente importante e interrompere il flusso di gioco.

L’aspetto più geniale del gioco è il design della progressione. In linea con la narrazione “ciclica”, durante le proprie partite non si vanno a sbloccare poteri sempre più avanzati o gadget più potenti. Al contrario, l’unica metrica di avanzamento è la conoscenza che si acquisisce in maniera organica, giocando ed esplorando. Per questo motivo, la soluzione ad ogni problema che incontreremo è sempre a portata di mano, sin dall’inizio. L’unico vero ostacolo che ci impedisce di finire il gioco alla nostra prima sessione è la nostra ignoranza ma, in principio, nulla impedirebbe ad un giocatore incredibilmente fortunato e dotato di enorme intuito di completare il gioco in una ventina di minuti. In questo aspetto, siamo alla stregua del personaggio che controlliamo: partendo da una base misera, la ricompensa dei nostri sforzi è la sempre maggiore consapevolezza e comprensione dell’universo attorno a noi. Trovo difficile immaginare una formulazione più immersiva.
Ovviamente, l’aspetto negativo è che rigiocare un titolo del genere è impossibile: se già bisogna attendere un po’ di tempo per poter apprezzare nuovamente un qualsiasi titolo puzzle, almeno questi ultimi tendono ad avere parecchi enigmi contenuti, per cui ricordare la soluzione esatta diventa improbabile. In Outer Wilds, però, l’enigma da risolvere coincide con la storia stessa, e una volta compresa difficilmente la si può dimenticare. In un certo qual modo, è come se il file di salvataggio fosse la nostra conoscenza, e questa non si può (fortunatamente o meno) resettare a comando.

La grafica è piuttosto semplice, ma estremamente funzionale. Non sono certo giochi di luce mozzafiato o texture iper-realistiche a determinare il valore di un’opera videoludica, e Outer Wilds ne è la prova lampante: il suo stile grafico relativamente semplice e cartoonesco ha permesso al team di Mobius Digital di concentrare le forze nello sviluppo una direzione artistica che riuscisse a trasmettere un senso di meraviglia sublime ogni qualvolta si ammira uno scorcio del sistema solare o su uno qualsiasi dei suoi pianeti, assicurandosi inoltre che tutti gli elementi di gioco siano sempre ben visibili e distinguibili.
In effetti, la scelta di optare per una grafica più semplice, come la maggior parte delle altre decisioni, è stat motivata da una considerazione squisitamente pratica: il gioco si comporta a tutti gli effetti come un simulatore fisico. Le orbite dei pianeti non sono scriptate, bensì calcolate in tempo reale, il risultato della naturale interazione fra la gravità dei corpi celesti, la loro velocità e posizione la loro posizione nello spazio. E ciò si estende a qualsiasi interazione qualsiasi corpo ha con l’ambiente circostante, al punto che l’azione di dormire che un giocatore può intraprendere per accelerare il loop temporale ha uno speedup diverso su computer diversi proprio perché dipende dalla velocità a cui la macchia è in grado di elaborare la simulazione fisica con la grafica disattivata. Sebbene sia un dettaglio tecnico non necessariamente evidente al giocatore durante il suo gameplay, esserne consapevoli non fa altro che aumentare il realismo dell’opera e la mia stima nei confronti di sviluppatori così dediti alla loro visione.
Un approfondimento lo merita anche la colonna sonora, che è perlopiù assente durante l’esplorazione, una scelta che riesce ad esacerbare il senso di solitudine e pericolo che si prova avventurandosi in tutti gli ambienti ostili che incontreremo, ma che diventa incalzante e pregna di romantico significato ogni volta che ce ne sia il bisogno. Ad accompagnarci più spesso sono i sound effect che ci comunicano repentinamente cosa stia accadendo attorno a noi, e che mi hanno preso alla sprovvista in diverse occasioni, facendomi saltare in aria.

Finora ho volutamente evitato di parlare della storia, e sebbene preferisca lasciare che a parlare sia la sezione Diario di viaggio, in cui ho riportato la mia esperienza di gioco in prima persona, devo almeno menzionare alcuni aspetti fondamentali. Ammetto che, per la maggior parte della mia avventura, sono stato così accecato dalla curiosità e sete di conoscenza da ignorare colpevolmente gli aspetti più squisitamente umani della narrazione.
Dopo aver completato il gioco, sono quindi tornato sui miei passi e mi sono preso un po’ di tempo per riflettere ed assimilare meglio ciò che avevo appena vissuto, aiutandomi anche con gli immancabili video online. Ho così potuto apprezzare appieno una storia meravigliosa, che parla dell’inevitabilità del destino, di accettazione della morte, e che attraverso ciò celebra entusiasticamente la vita, la sua bellezza e il suo valore che si inizia ad apprezzare appieno ogni qual volta ci fermiamo ad osservare ciò che ci circonda e quando perseguiamo un disinteressato desiderio di conoscenza.

Il DLC “Echoes of the Eye”, che sono stato fortunatissimo a trovare autonomamente solo alla fine del mio viaggio, aggiunge un ulteriore livello di profondità alla storia, introducendo un nuovo mistero e ampliando l’universo di gioco con nuovi elementi narrativi e ambientazioni affascinanti. Gli sviluppatori sono stati molto coraggiosi ad imprimere un cambiamento netto al gameplay, dandogli tinte molto più horror, in contrasto con l’ambientazione ancora più pacifica e idilliaca in cui si svolge. Anche la durata è considerevole, andando a rivaleggiare con quella del gioco base, soprattutto in virtù della difficoltà più elevata, che richiede anche maggiori abilità meccaniche per poter essere superata, a meno di non trovare qualche soluzione alternativa non proprio ovvia.

Gli unici difetti, piuttosto minori, che sono riuscito a trovare in Outer Wilds, sono il dover ripartire quando si sta cercando di completare una sezione particolarmente lunga, il che può risultare frustrante a causa della ripetitività delle azioni che compieremo e la facilità con cui qualcosa può andare storto e quindi lanciarci verso il game over, e il fatto che buona parte degli achievement sono piuttosto astrusi, impossibili da indovinare senza una guida esterna, e stupidamente frustranti, al punto da farmi sospettare più volte fossero buggati. Ovviamente non si tratta di qualcosa strettamente inerente al gioco, ma per un opera curata così minuziosamente, che ho apprezzato così tanto e che per questo ho avuto voglia di platinare a tutti i costi, mi è sembrato una strana svista.

Anche dopo averlo esplorato piuttosto a fondo, continuo a fare fatica cercando di inquadrarlo in una delle categorie che generalmente si usano per descrivere un videogioco. Certo, ha sicuramente lo spirito di un puzzle game, ma l’enigma da risolvere è la storia stessa da ricostruire. È un titolo di avventura, ma non è per nulla lineare, ed è sicuramente un open world, ma non ha poi una mappa particolarmente grande. Non direi che è un titolo di sopravvivenza, in quanto il gioco è piuttosto generoso con le risorse a disposizione del giocatore, ma non prestare attenzione alla miriade di pericoli presenti può facilmente essere fatale. È un titolo davvero unico nel suo genere, capace di trasformare la relativa semplicità delle proprie meccaniche in uno straordinario punto di forza. Ogni elemento lavora in sinergia per costruire un’esperienza memorabile, in grado di lasciare un segno duraturo in chiunque le conceda il tempo e l’attenzione che merita.

In breve:

Outer Wilds è un’opera unica che fa della scoperta e della conoscenza il fulcro della propria esperienza. Si viene catapultati in un piccolo sistema solare allo scopo di risolvere un intrigante mistero che coinvolge una civiltà estinta e la loro ricerca dell’occhio dell’universo. Questa premessa riesce molto facilmente a catturare l’interesse del giocatore che si sentirà motivato ad esplorare ogni anfratto del sistema solare a caccia di ogni indizio che possa aiutarci nella nostra ricerca. Infatti, è proprio l’acquisizione di nuove conoscenze il mezzo che ci permette di progredire nel gioco, regalandoci non poche soddisfazioni, così come è estremamente appagante il realizzare che tutte le soluzioni erano accessibili sin dall’inizio, in un magistrale esempio di foreshadowing che fa scuola nel game design.
Dal punto di vista artistico, Outer Wilds adotta una grafica semplice ma estremamente efficace, supportata da una direzione artistica capace di suscitare costantemente meraviglia.
La colonna sonora, utilizzata con parsimonia, amplifica il senso di solitudine, mistero e avventura, contribuendo in modo decisivo all’atmosfera generale e accentuando ulteriormente tutti i momenti più significativi della storia.
Sul piano narrativo, il gioco affronta temi profondi come il destino, l’accettazione della morte e il valore della vita, riuscendo a farlo con sensibilità e autenticità. Accodandomi a chiunque altro abbia giocato Outer Wilds, non posso che consigliarlo caldamente a chi abbia voglia di mettersi in viaggio verso l’ignoto.

Outer Wilds is one of the only games where their fans absolutely love the game, but wish they had never played it.


Pro:


Contro:

Diario di viaggio

Giorno 1

Ci ho pensato parecchio su. Non so cosa mi succederà domani. Non so se la navicella è davvero sicura come mi è stato assicurato più e più volte. Non so se eviterò davvero di schiantarmi contro il primo ostacolo che mi capita a tiro. Non so se mi dimenticherò di indossare la tuta spaziale prima di uscire dall’abitacolo. E dato che la storia Herthiana (da Earth o Heart?) è piena di errori simili, ho deciso che voglio almeno lasciare una testimonianza. Per quelli che vengono dopo. Dopotutto siamo un popolo semplice, si, ma molto ingegnoso e curioso. Lo dimostrano le nostre tantissime tecnologie all’avanguardia e il meraviglioso museo sotto l’osservatorio. Beh, certo, molto è basato sul nostro studio della tecnologia Nomai, ma ciò non fa altro che dimostrare la nostra affinità per l’archeologia. Ma immagino che chi leggerà queste pagine sarà ben avvezzo con la nostra storia. Passiamo quindi a me. Oggi è un giorno importantissimo: sto per ultimare i preparativi per la mia prima avventura spaziale in solitaria. Credo che però lo stress mi abbia giocato qualche brutto scherzo. Ho sognato di essermi svegliato, fatto un po’ di domande in giro per comprendere bene in che situazione mi trovassi, mi sono avviato verso il villaggio. Il mio hubris è stato più forte di me, e credo di essere saltato nel geyser al centro del laghetto. Fortunatamente mi sono svegliato presto dal mio incubo e mi sono nuovamente diretto alla mia destinazione iniziale. Se non fosse che, anche in questo sogno, un salto sfortunato ha decretato la mia dipartita. Mi ha ricordato quando si testa se un videogioco ha il danno da caduta. In ogni caso, sono andato da Hornfels a farmi dare i codici di avviamento e ho avuto un’interazione stranissima con la statua Nomai, che ha aperto gli occhi e mi ha fissato. Mi è sembrato di rivedere i miei ultimi minuti scorrermi davanti. Ovviamente Hal non mi ha creduto. In ogni caso, credo sia il caso di riposarmi un po’ e prepararmi per l’avventura che mi attende domani.

Giorno 2

Le cose hanno preso una piega davvero imprevedibile. Questo non sarà più un semplice diario, quanto il mio rapporto dettagliato sulle mie scoperte. Non posso credere a quello che sto per dire. Sono in un loop temporale. Muoio. Di continuo. E poi mi risveglio, come se nulla fosse, mantenendo le mie conoscenze. E nessuno sembra ricordare nulla. Beh, nessuno ad eccezione del vecchio Gabbro, che a quanto pare è nella mia stessa situazione. A quanto pare, la causa sono quelle strane statue che aveva trovato su Giant’s Deep. È importante che faccia una lista dettagliata di tutte le informazioni che ho scoperto oggi, prima che impazzisca o che il mondo finisca davvero, senza resettare il loop. Magari riuscirò a venire a capo del mistero, o qualcuno dopo di me lo farà. La chiave di tutto sembrano essere proprio i Nomai. Hal sarà contento.

Sistema solare

Nomai

Giorno 3

Nomai

Eventi principali

Giorno 4

Puzzle

I pezzi del puzzle iniziano ad formare un’immagine coerente! I Nomai avevano scoperto che usando i loro motori a buchi neri, per uno stranissimo fenomeno fisico, il corpo esce dal buco bianco qualche istante prima di quando è entrato! Essenzialmente è un modo per viaggiare nel tempo! L’effetto è tanto più pronunciato quanta più energia viene fornita! L’unica limitazione è che la quantità di energia richiesta cresce esponenzialmente. Questo è probabilmente ciò a cui sto assistendo: un loop temporale in cui il nostro universo è bloccato, un loop di circa 22 minuti. Che fosse questa l’idea delle statue? Ma allora, perché ci sono delle variazioni? Forse l’idea degli universi paralleli è ancora valida, e i Nomai avevano semplicemente interpretato male in fenomeno. Inoltre, ho compreso a cosa servono le torri sull’Ash Twin. Ora posso comodamente viaggiare utilizzando il loro sistema. Comodo, non lo nego, anche se nulla batte un pilota provetto come me! Il dubbio però mi rimane: cosa succede se la distanza fra i due estremi è minore del tempo “guadagnato”? È forse proprio questo ad averci intrappolato in questo loop?

Finalmente sul sole

281042. Questi sono gli anni trascorsi dall’ultimo comando che il sun generator ha ricevuto. Ma tutto si è attivato pochi minuti fa, in risposta al sole che sta divenendo troppo pericoloso per gli strumenti dei Nomai. E quindi, questi ultimi stanno agendo per autopreservarsi. Ma quei pazzi volevano far saltare in aria il nostro sole!! Anche se, evidentemente non ci sono riusciti. Sembra che ne fossero al contempo dispiaciuti e sollevati. Ironia della sorte, adesso sta per esplodere da solo. Ma non è che per caso, anche in questa fine, c’è il loro zampino?

Fedribold

Ho ritrovato Fedribold! Come sospettavo, è rimasto intrappolato in quel cespuglio troppo cresciuto. Ma è sopravvissuto! Non che mi aspettassi nulla di meno da un eroe invincibile come lui. Mi ha anche dato un indizio sul come raggiungere il cuore di Giant’s Deep, superando la barriera elettrica che lo protegge. Credo che mi farò firmare un autografo.

Giorno 5?

Tempi confusi

Ha senso continuare a contare i giorni? Inizio a credere che la risposta sia no. In ogni caso, ho perso il conto di quanti loop ho vissuto, quante volte ho perso la vita nei modi più assurdi, per poi risvegliarmi come se nulla fosse. Ci ho messo parecchio tempo, ma credo di aver compreso. Ho capito cosa è successo ai Nomai, e come interrompere questo assurdo ciclo. Ammesso sia la cosa giusta da fare.

Le ultime molliche

Dopo la chiacchierata con Fedribold, ho anche seguito le sue orme e trovato il vessel dei Nomai, imprigionato tra i rovi. Sebbene danneggiato, è ancora funzionante, ma il motore a buchi neri non è più operativo. Grazie al suo suggerimento, ho raggiunto il core di Giant’s Deep e trovato la registrazione della sonda. A quanto pare, il progetto dei Nomai ha dato i suoi frutti e la sonda ha trovato l’occhio dell’universo, nonché le sue coordinate.

Poi, ho fatto una capatina sull’asteroide. Seguendo le registrazioni dei Nomai, ho scoperto che al suo interno si cela la probabile origine della ghost matter, e quindi probabilmente ciò che ha ucciso tutta la loro specie. Non oso immaginare come deve essere stato tragico, morire fra atroci sofferenti, senza nemmeno capire cosa stesse succedendo. Dopo migliaia di anni, la ghost matter è evaporata, consentendoci di sopravvivere ad una galassia che, per chissà quanto tempo, è stata assolutamente ostile alla vita. Mi domando, però, come siamo sopravvissuti fino ad allora. Forse l’acqua ci ha fornito un riparo naturale?

Infine, con un po’ di esperimenti, ho finalmetnte compreso come accedere al polo nord della Quantum Moon. Basta smettere di guardare al momento giusto… In ogni caso, ad attendermi ho trovato un Nomai!! Vivo!! O meglio, a quanto pare è in uno strano stato di sovrapposizione quantistica. Troppo complicato per me, ma la cosa importante è ci ho potuto comunicare. Dato che non comprende la nostra lingua, abbiamo dovuto fare un po’ di tentativi ed utilizzare dei metodi alternativi, ma alla fine ho capito tutto ciò che avevano in mente. Certo, che triste ironia per lui: è stato bloccato proprio ad un passo dal realizzare il sogno della sua specie.

Il folle piano

Il loro piano era effettivamente folle e geniale allo stesso tempo: usare il sole come fonte di energia per alimentare i loro motori a buchi neri, e quindi viaggiare nel tempo. Consci del limite dei 22 minuti, avevano trovato un modo per farli fruttare al massimo: lanciare la sonda a caso, farle percorrere quanta più strada possibile nel breve intervallo del loop, e poi resettare tutto facendo esplodere il sole, mantenendo la conoscenza acquisita tramite le statue. Ripetendo il processo, prima o poi avrebbero trovato l’occhio, dato che sapevano che era nei paraggi e il suo aspetto. Il loro piano folle ha funzionato, ma non nel modo in cui avevano previsto. Ed ora sono io bloccato in questo loop. E se non fosse stato per il mio incontro assolutamente fortuito con la statua Nomai, non me ne sarei mai reso conto. Saremmo stati tutti intrappolati senza possibilità di uscirne. Ma adesso che ho compreso, posso fare qualcosa. Ho fatto un salto nel core dell’Ash twin, e ho trovato il cuore del progetto, alimentato dal loro motore a buchi neri costruito per l’occasione. Ho avuto la tentazione di distruggerlo, interrompere il ciclo e lasciare che il nostro sistema solare, la nostra civiltà, sparisse per sempre in una violentissima esplosione della supernova. Ho avuto una visione, nitidissima, di cosa sarebbe successo se avessi fatto questa scelta. Ma poi, ho optato per un altro piano. Un piano altrettanto rischioso, ma che avrebbe saziato la mia curiosità. Ho preso il motore a buchi neri dal core di Ash Twin, sono andato fino al vascello Nomai e l’ho collegato al loro motore, ho impostato le coordinate dell’occhio e sto per avviare il salto spaziale. Non so cosa mi aspetta, ma sono pronto a scoprirlo.

Giorno ??

Non so come quando è successo, ma ho trovato queste note senza che ricordassi di averle scritte. Sembrano essere piuttosto recenti, e per dovere di completezza, le riporto qui, ma non chiedetemi delucidazioni.

Quella grossa macchia nera

Finalmente ho capito cos’è quella grossa macchia nera che il nostro satellite ha individuato durante la sua rotazione. È un’enorme astronave, che in qualche modo si nascondeva alla vista di tutti!!! Non ero sicuro ci fossero altre specie nello spazio, ma a quanto pare non sono solo i Nomai ad aver viaggiato tra le stelle. Questo popolo, che chiamerò “Becco”, sembra essere sullo stesso livello tecnologico dei Nomai, ma è chiaro dal loro approccio che non erano interessati a comunicare con altre specie. Da quel poco che ho visto, la loro “scrittura” consisteva in diapositive, e sembra che la loro tecnologia sia basata sulla luce, sulla quale manifestano un controllo particolarmente avanzato.

L’occhio dell’universo

Anche i Becco erano interessati all’occhio dell’universo, ma sembra che il loro atteggiamento nei suoi confronti fosse di avversione. Per essere precisi, inizialmente ne erano affascinati, ma dopo averlo studiato, hanno deciso che fosse un pericolo per la loro specie e hanno deciso di distruggerlo. Hanno costruito tre torri minacciose e rinchiuso qualcosa in una campana di contenimento, con tanto di tre massicci catenacci a sigillarla, ma non mi è chiaro che obiettivo volessero raggiungere. Fra l’altro, esplorando la loro enorme astronave, ci sono tracce di un qualche tipo di conflitto interno: un pannello di controllo è bruciato e sembra che abbiano preso parecchie precauzioni, come se si volessero difendere da un traditore non meglio identificato.

Chi dorme prende fuoco

I Becco hanno una abilità davvero particolare: quando si addormentano in prossimità di un fuoco, è come se entrassero in uno stato di trance, in cui il loro spirito è libero di vagare per una dimensione parallela, mentre il loro corpo rimane inanimato, a patto che abbiano in mano una strana lanterna che incanala questo fuoco fatuo. Per qualche motivo, anche io sono in grado di entrare in questo stato, e ho persino trovato alcuni Becco vivi e vegeti (credo), anche se i loro corpi si sono decomposti tempo addietro. Però non sembrano particolarmente contenti di vedermi, dato che mi hanno attaccato e spento il fuoco della lanterna immediatamente, buttandomi fuori dalla loro dimensione onirica.

Morire… per finta

Sono abituato a morire. Ho perso il conto di quante volte ho vissuto questi 22 minuti di loop. Non avevo ancora avuto il piacere di farlo così tante volte di seguito. Anche se si tratta di un sogno, o qualcosa di simile, non è piacevole svegliarsi di soprassalto dopo essersi sfracellati le ossa a causa di un salto troppo azzardato. E quei Becco, sono inarrestabili: il solo pensiero di essere sorpreso da loro in mezzo a tutta quella oscurità mi fa venire i brividi. Sembra che tutti i reami onirici sono connessi fra di loro. Indagando maglio attraverso i ricordi e le diapositive che mi hanno gentilmente lasciato, ho scoperto che hanno bruciato la maggior parte della conoscenza che avevano accumulato, mantenendone una scansione e, possibilmente, nascondendola nel loro mondo del sogno. Quella conoscenza probabilmente conterrà anche i codici necessari ad aprire la campana che continua ad essere il mio chiodo fisso. Inizio a vedere un pattern. Forse, sfruttando il cedimento della cascata, potrei intrufolarmi in uno di quei magazzini che i Becco tentano di tenere nascosti a tutti i costi e scoprire cosa nascondono.

Le sorprese a stretto giro

La mia intuizione si è rivelata corretta: grazie al cedimento della cascata, ho raggiunto il magazzino segreto senza ostacoli. Ma ciò che ho scoperto al suo interno mi ha sconvolto: i Becco hanno sacrificato il loro pianeta natale per inseguire l’occhio dell’universo, spinti dal suo irresistibile segnale e fascino dell’ignoto, solo per poi comprendere che l’unico regalo che l’occhio era in grado di offrire era la morte loro e dell’intero sistema solare. Direi che questo spiega molto bene la loro reazione non proprio pacatissima. Non solo: a quanto pare quello che io credevo un reame onirico sembra molto più affine ad un videogioco o simulazione, con tanto di caricamenti fra le varie aree. L’unica sorpresa è stato scoprire che il codice che mi aspetto apra uno dei tre catenacci della campana di contenimento è stato bruciato, forse proprio per evitare che un ficcanaso come me potesse usarlo. Con non poche fatiche, ho ripetuto l’impresa alle altre due torri, stavolta aggirando i becco ostinati a fermarmi. Ammetto di aver temuto seriamente per la mia incolumità più e più volte. Ma ne è assolutamente valsa la pena: ho così scoperto la cronologia completa dei Becco. Dopo aver percepito il segnale dell’occhio e scoperto la terribile verità della sua natura, utilizzando una tecnologia che ancora fatico enormemente a comprendere, sono riusciti a creare un jammer per bloccare completamente il segnale di quell’incredibile corpo celeste. Ecco perché i Nomai non riuscivano più a percepirlo: l’occhio era stato occultato! Dopo aver compiuto questa impresa, non avendo più un pianeta a cui fare ritorno, pianeta che adesso rimpiangono amaramente, i Becco hanno sviluppato una tecnologia di simulaizone avanzatissima, capace di creare una copia virtuale del loro pianeta natale. Una fuga dalla realtà che gli avrebbe dato un po’ di pace. Isolatisi dal resto dell’universo nella loro enorme nave spaziale quasi invisibile, hanno continuato a vivere nella loro finzione per chissà quante migliaia di anni, persino dopo che i loro corpi si sono decomposti e divenuti scheletri. Almeno fino a quando non sono stati scoperti da me. Inoltre, la simulazione sembra contenere più di qualche segreto: basta allontanarsi dal proprio artefatto dopo averlo appoggiato a terra per rivelare la vera natura del software, senza tutte quelle spaventose textures ma con un semplice wireframe che semplifica di molto la comprensione della zona, dato che non devo affidarmi alla fioca luce della lanterna per orientarmi. Non solo: come avevo intuito, i morti possono accedere alla simulazione (in qualche maniera), ma ovviamente non possono essere svegliati dalle campane di allarme. Non vedo come questa informazione possa essermi utile però…

Morir es vivir

Beh, non è stato proprio piacevole, ma ho scoperto che morire permette anche a me di accedere alla simulazione dei Becco. Avrei preferito evitare di ustionarmi fino a quel punto per capire questo meccanismo, ma quantomeno è stato l’ultimo pezzo del puzzle che mi mancava: grazie alla mia conoscenza avanzata della simulazione, non ho nemmeno avuto bisogno dei tre codici per rimuovere i catenacci e quindi aprire la campana di contenimento. A quanto pare il suo scopo era quello di tenere prigioniero un povero Becco, che mi ha “raccontato” la sua storia. Al contrario della sua gente, aveva accettato la fine che l’occhio avrebbe portato, e ha provato a interrompere il jamming, ma è stato prontamente fermato e imprigionato. Tuttavia, in un incredibile coincidenza, quel breve lasso di tempo in cui il segnale è stato libero di vagare per il cosmo è stato sufficiente ad attirare i Nomai. Il resto, è storia. Storia che non ho tardato a condividere con lui. Ha lanciato un grido che credo fosse di sincera commozione e compiacimento, e si è diretto fuori, dopo chissà quanto tempo di prigionia. Non l’ho più rivisto.