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La fame vien viaggiando

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Al crocevia della propria vita, le esperienze vissute diventano la lanterna in grado di illuminare il nostro percorso, nella speranza di non venire ingannati dalle ombre

Quando si inizia a viaggiare, quando si scopre il mondo che si estende al di là del proprio ristretto orizzonte, si viene posti davanti ad un crocevia di direzioni.
Si può avere paura, rifuggire l’ignoto dopo averne avuto un assaggio, e decidere quindi di tornare all’ovile con la coda fra le gambe ma avendo comunque guadagnato il diritto di affrontare la questione con un po’ più di cognizione di causa.

Più comune è invece il rimanere abbagliati da cià che si è visto, soprattutto quando l’esposizione è stata troppo breve, sufficiente a catturare un bagliore accecante nell’immagine ma senza dare essa il tempo di rivelare i suoi colori reali. Acuito da questa casistica, ma comunque presente in molti individui, è la maturazione della consapevolezza di aver appena scalfito la superficie di un universo parallelo che si è appena scoperto. All’improvviso ci si accorge che i luoghi che ci hanno dato i natali, in cui siamo cresciuti, sono di due taglie troppo piccoli. Ci si ritrova in un limbo di difficile risoluzione, in cui decidersi alla ricerca di un posto che faccia al caso nostro significa allontanarsi dal passato e dalle persone che ci hanno visto crescere, ma rimanere ancorati ad esso diventa sempre più soffocante. La risposta a questo dilemma dipende moltissimo dalla propria infanzia. Se non ci si è mai sentiti veramente a casa, avere la possibilità di trovarne una, forse per la prima volta, diventa sempre più allettante. Ma la caratteristica che mi sembra sempre più spesso accomunare chi fa la scelta di lasciare il proprio focolare domestico è l’ambizione. Quella bruciante passione che accomuna tutti coloro che sono passati alla storia, che hanno realizzato qualcosa di grande. Un fuoco che, però, non mi appartiene, che rifuggo, nascondendomi piuttosto dietro ad ogni foglia che il sempreverde fico della mia apatia mi offre. L’ambizione è spesso in compagnia di altre caratteristiche che non apprezzo sulla mia persona, e che trovo anche difficili da digerire se appartenenti a persone a me vicine. Parlo dell’arroganza, della voglia di primeggiare, della velocità di giudizio, della presunzione, della percezione di essere al centro del mondo. Sebbene siano doti fondamentali, in una certa misura, per alcuni ruoli per cui ho molta stima, come leader e imprenditori, starei scrivendo fandonie se non dicessi esplicitamente che penso che spesso i contro superino di gran lunga i pro. Forse è anche una questione di avarizia, intesa come volontà di non accontentarsi, che spinge a continuare ad esplorare le proprie opzioni, cercando sempre di salire più in alto, talvolta a discapito di qualcun altro, ottenere uno status impossibile da ignorare, dimostrarsi meritevoli di premi ed attenzioni e, in generale, di essere migliori degli altri. D’altro canto, non posso che invidiare il potersi dire artefici della propria fortuna, essendo consci di sorreggersi grazie alle fondamenta costruite con il proprio sudore nel corso di anni di sforzi e sacrifici. Si tratta di un orgoglio che disconosco, preclusomi dalla nascita e successiva infanzia e a cui, come un nettare proibito, anelo più di ogni altra cosa. Ogni successo che ho ottenuto nella mia vita è (e sarà) irrimediabilmente macchiato da questo peccato originale di cui non mi posso disfare. Sebbene tenda ad ignorare o accettare di buon grado tutto ciò che è al di fuori del mio controllo, mi risulta difficile privarmi della sensazione di aver intrapreso, a mia insaputa, un percorso meno arduo ma senza traguardo.

Mi vengono in mente molti esempi di persone che conosco, la maggior parte delle quali stimo parecchio per le loro conoscenze o competenze tecniche sviluppate anche e soprattutto grazie all’essersi messe in gioco con tutto ciò che sta al di fuori del proprio cortile, ma che sono conscio portino avanti un modo di pensare, e quindi di vivere ed agire, completamente incompatibile con il mio. Mi sembra di percepire spesso una certa insicurezza dietro alle loro ostentazioni, il che mi lascia una triste impressione di vuoto da riempire con l’ammirazione, spesso sfociante nell’invidia, altrui, e una generale incapacità di autoironia e profonda autocritica. È facile ridimensionare le proprie ambizioni se si è soddisfatti nel proprio piccolo stagno, in cui ognuno si è ormai ricamato un ruolo che ci si fa andare bene. Ma non appena lo sguardo si rivolge altrove, non appena ci si fa schiacciare dalla consapevolezza della propria piccolezza quando messa a confronto con la schiera di persone che se la passano meglio di noi, sono più felici di noi, hanno più successo di noi, è difficile non sentirsi inferiori e non desiderare di essere come loro. In un’epoca di social, in cui mostrare la vetrina più appariscente non serve solo a rimpinguare la propria autostima ma anche il portafoglio e a saziare la propria dipendenze, raggiungendo facilmente una quantità di persone considerevole, è ancora più facile cadere in questo tranello. Non posso negare che anche io ne subisco l’influenza. Ma poi mi domando se ha cosa ci sia di concreto dietro una foto o un post che vuole mostrare un’istantanea selezionata appositamente fra le migliaia di momenti che compongono il mosaico di una vita.

Viaggiare è spesso uno degli elementi più presenti in questo tipo di post, e non posso negare che sentire aneddoti di persone che hanno fatto esperienze importanti all’estero è ciò che più mi ha spinto ad intraprendere il percorso che sto facendo in questo momento. Tuttavia, credo ci sia una fondamentale differenze che vale la pena evidenziare e che rappresenta la conclusione di questo mio pensiero: il motivo per cui si decide di viaggiare.
C’è chi viaggia al pari di chi si compra una macchina particolarmente costosa, uno status symbol con sì qualche utilità pratica, ma il cui vero scopo è quello di proiettare un’immagine ben precisa di sé agli altri (ma anche a sé stessi). C’è chi fa un passo in più, e vede nella lontananza da casa un’occasione per fuggire da qualcosa o per costruire qualcosa di proprio, il modo per mettersi in gioco e dimostrare al mondo intero il proprio valore, nascondendo le proprie insicurezze dietro l’aver fatto un passo così coraggioso.
E poi c’è chi, come me, vede nel viaggio un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo, per crescere come persona arricchendo il proprio bagaglio di esperienze, grazie al conoscere persone con idee e culture anche molto diverse dalle proprie. Sono sempre più convinto che, se fosse possibile obbligare chiunque a viaggiare fornendo loro i mezzi, anche solo per un breve periodo, il mondo sarebbe un posto migliore, più tollerante e molto meno tossico. È molto più difficile farsi ingannare dagli stereotipi cuciti addosso a dei manichini se quegli stessi manichini prendono vita e ti invitano a pranzo.