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Che schifo i soldi

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Money money money, is it funny, to live in the rich man’s world?

Mi sembra strano, ogni volta che si parla di soldi, di stipendi da urlo, di vite lussuose, avere la sensazione di trovarmi in territorio nemico, un mondo a me alieno e che non mi appartiene. Eppure è evidente che non può essere così. Per vivere, nell’epoca moderna, il denaro è uno strumento imprescindibile. Sicuramente vi sono eccezioni, che probabilmente potrei contare sulle dita di una mano; qualcuno che ha scelto di condurre la propria esistenza isolato dagli altri e che, grazie a questa sua scelta ardita, non ha alcun uso per i soldi. Ma non voglio fare un discorso assoluto, piuttosto uno il più generale possibile. Per lo stesso motivo, non voglio dilungarmi inutilmente sull’analizzare la ragione per cui tutte le economie moderne utilizzino una qualche forma di token, ovvero la moneta, per funzionare. Si potrebbero prendere in considerazione i vantaggi che questo approccio ha rispetto ad altri come il baratto, sulle ragioni storiche di questa scelta che appare quasi come obbligata per il funzionamento efficiente di una qualsiasi economia di scambio, ma non sono un esperto in materia, e soprattutto distrarrebbe dall’argomento che voglio eviscerare.

Perché siamo ossessionati dal denaro?

Non credo di star dicendo nulla di particolarmente controverso affermando che passiamo buona parte della nostra vita pensando ai soldi. Da quando siamo bambini, dipendenti dalla volontà dei nostri genitori del comprarci il giocattolo che desideriamo tanto, a quando, acquisita una certa indipendenza economica, siamo finalmente liberi di usare la ricchezza che ci appartiene nel modo che preferiamo.
Ma il denaro è qualcosa di più che un “semplice mezzo per soddisfare i propri bisogni”: è uno status symbol, una fonte di motivazione, un obiettivo da raggiungere e celebrare, la fonte della felicità. Cercando di semplificare ai minimi termini, penso ci siano due funzioni principali che giustificano l’importanza del denaro nella nostra collettività:

Il primo credo sia abbastanza autoesplicativo. Per vivere in maniera dignitosa, bisogna avere a disposizione un buon quantitativo di denaro. Perdipiù, c’è una chiara correlazione fra fondi disponibili e tenore di vita che si è in grado di sostenere.
La seconda motivazione è più subdola, ma altrettanto importante. Fama, potere, bravura, e capacità sono spesso sinonimo di ricchezza non solo personale, ma anche (e soprattutto) sostanziale. Non è affatto difficile vedere sedimentarsi nella nostra mente il collegamento fra le suddette (o ulteriori) qualità e un portafoglio ripieno.

Ma sarà tutto vero? I soldi sono davvero qualcosa di così imprenscindibile? Stiamo dando ai soldi troppo potere sopra la nostra vita? E se così non fosse, perché non riesco ad allinearmi con il pensiero che sembra andare per la maggiore?

Che schifo i soldi

Anche se il titolo della sezione è chiaramente iperbolico, voglio provare a spiegare (prima di tutto a me stesso) perché fatico a dare al denaro il peso che magari si merita e, chissà, contagiare qualcun altro con le mie idee.

Mele e pere

La mia esperienza come studente è stata, senza falsa modestia, un successo. Sono state rare le volte in cui un esame mi abbia messo in seria difficoltà, e non posso certo dirmi insoddisfatto della stragrande maggioranza dei voti che ho ricevuto. La conclusione, anche piuttosto ragionevole, a cui molti fra compagni, colleghi e persino professori, sono giunti, è stata dunque “questo studente deve essere davvero preparato”.
Peccato che non abbiano considerato un fattore importantissimo: conoscenze e abilità effettive nell’argomento soggetto dell’esame non necessariamente corrispondono al risultato dello stesso. Lo sanno benissimo tutti coloro che, in un modo o in un’altro, trovano il modo di barare, copiando o con altri stratagemmi più raffinati, senza essere beccati. È indubbio che ci sia una forte correlazione tra voto ottenuto e preparazione effettiva di uno studente onesto, e limitatamente alle risorse di un’istituzione scolastica o universitaria, gli esami rimangono l’unico metodo per poter farsi un’idea sul lavoro svolto dagli allievi, ma è importante ricordare che stiamo prendendo in considerazione due cose diverse. In altre parole, l’abilità nello svolgere gli esami, di cui sono particolarmente dotato, non sempre combacia con l’essere preparati sull’argomento di esame. Purtroppo questo vuole anche dire che studenti particolarmente in gamba potrebbero venire penalizzati parecchio da un sistema che non è in grado di valutarli nel merito delle loro conoscenze. Mi è capitato più volte di assistere anche a questa evenienza.

Basta tenere a mente queste considerazioni per realizzare che lo stesso vale con la ricchezza. Se è vero che uno spirito intraprendente e visionario, unito ad una buona dose di capacità sono sicuramente d’aiuto per potersi arricchire, questa non è certo l’unica strada, e forse nemmeno quella più praticata. Il saper vendere sè stessi e le proprie idee è forse l’abilità che ha il peso maggiore quando si tratta di determinare il successo economico di un individuo, facendo facilmente passare in sordina l’assenza di qualsiasi altra competenza dell’individuo in questione.
Per come sono fatto, la sostanza è sempre molto più importante della presentazione, e purtroppo non riesco proprio a farmi andare a genio la realtà dei fatti, dove il contrario è spesso vero. L’unica cosa che mi limito a fare è provare un’incredibile stima per chi dimostra di meritarsela nel concreto, a prescindere dal suo conto in banca, che non è nemmeno un fattore da considerare.

Vita agiata

La definizione di vita agiata varia sicuramente parecchio da persona a persona. C’è chi sogna di essere sempre in viaggio in prima classe, chi stravede per oggettistica di lusso, chi ha parecchi sfizi che avrebbe il piacere di togliersi, chi ha sogni nel cassetto da realizzare, e chi dei soldi non sa davvero che farsene.
Io, nemmeno a dirlo, penso di appartenere a quest’ultima categoria. Mi è bastato confrontarmi con alcuni colleghi per scoprire che le mie spese sono decisamente sotto la media. Con l’eccezione delle uscite con amici, che sono comunque evenienze con cadenza (più o meno) settimanale, le mie transazioni si limitano al necessario per sopravvivere.
Non che sia sempre un bene: un abbonamento in palestra avrebbe sicuramente un impatto positivo sul mio fisico abituato alla sedentarietà d’ufficio, e lo stesso dicasi dal’acquistare cibo di migliore qualità. Tuttavia, in generale, non provo pulsioni che mi facciano desiderare cose che non possiedo già. Forse la spesa maggiore che mi alletta è l’acquisto di un computer particolarmente performante che sostituisca il mio portatile e fisso, entrambi ormai prossimi ai 10 anni di vita. Ma, pur potendomelo permettere e avendo come giustificazione il mio lavoro/passione come programmatore, mi trovo immobilizzato dalla realizzazione che, alla fine dei conti, non sia davvero necessario.

Al fine di non dare un’impressione sbagliata, voglio anche chiarire un aspetto importante: non ho un tenore di vita frugale per scelta oculata, ma è una conseguenza naturale del mio avere pochi desideri legati alla materia. L’avere un’opinione parecchio indifferente al denaro, al contrario, fa sì che mi capiti di maneggiarlo e spenderlo quasi senza rendermene conto. Fintanto che ne ho la disponibilità e sono convinto sia un acquisto utile, il prezzo è un fattore che considero molto poco. Persino le tante tecniche (più o meno legali) che so esistere per risparmiare sugli acquisti spesso appaiono ai miei occhi come uno sforzo superiore al risparmio che porterebbero.
Non posso insegnare a nessuno come ottenere questa apatia a doppio taglio, ma un esercizio mentale che consiglio di fare, soprattutto quando al cospetto di situazioni chiaramente studiate a tavolino per invogliare il consumatore a fare la sua parte nel grande macchinario dell’economia, come degli sconti a tempo limitato, è sempre chiedersi “se non fosse scontato, lo comprerei?” Questa semplice domanda mi ha aiutato ad accorgermi che, nella maggior parte dei casi, siamo attratti dalla prospettiva di star facendo un buon affare che dall’oggetto che stiamo accaparrandoci.

Pentola a pressione

Se per molti ricevere un compenso per il proprio lavoro è motivo di orgoglio, un segno di rispetto e riconoscimento per l’impegno profuso, io faccio fatica a non vederlo più come un’insidiosa gabbia dorata che minaccia la mia tanto ambita libertà. Venire pagati, da un’azienda per cui si lavora o direttamente dai clienti, nel mio immaginario distorto vuol dire dover sottostare alle aspettative di chi ci sta mettendo i soldi. Assumermi delle responsabilità sul lungo periodo è sempre stato qualcosa in cui fatico parecchio, e questa non è altro che un’altra declinazione dello stesso concetto.
Ne avessi la possibilità, preferirei di gran lunga non dover rendere conto a qualcuno per poter sopravvivere, e ricevere l’eventuale apprezzamento delle persone che trovano le mie creazioni valide, senza aspettarmi nulla in cambio.

Valore intrinseco

Cercare di arricchirsi è spesso visto come un obiettivo autosufficiente. Credo che il motivo sia la seguente catena di affermazioni:

Tralasciando il fatto che le prime due affermazioni sono opinabili, credo che la mia visione sia lontana da quella presentata a causa del mio essere poco interessato alla validazione altrui. Con un approccio che non sarebbe scorretto definire egocentrico, l’unica opinione a cui non posso rinunciare è la mia. Sono sempre estremamente aperto a ricevere le critiche altrui, che sono indubbiamente lo strumento tramite il quale è possibile migliorare sé stessi senza rimanere incastrati in un punto ottimo solo localmente che appare l’unica strada percorribile dal nostro limitato punto di vista. Tuttavia, alla fine della fiera, dopo aver valutato tutto ciò che c’è da valutare e ascoltato tutte le opinioni che ho raccolto, l’unica che conta veramente rimane la mia.
Ma se non sento di dover dimostrare nulla a nessuno, fintanto che sono personalmente soddisfatto del risultato raggiunto, che beneficio avrebbe diventare ricco con i miei sforzi? Da questo punto di vista, non me ne sovviene nessuno.

Conclusione

I soldi sono abbastanza utili, ma non si possono mangiare, non ti fanno compagnia, non si congratulano con te, non sono divertenti, e non ti fanno il caffè. Nella prossima versione spero che aggiungano tutte queste funzionalità.

I soldi da soli non fanno la felicità.

Dal diamante non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

Fabrizio de Andrè

Se il denaro non dà la felicità, figuriamoci la miseria.

Woody Allen